Storie coinvolgenti, narrate con brio, con una dose di umorismo (si veda il racconto del paradossale “rifugio atomico”) che veicola sottotraccia una vena di malinconia e ci fa ripercorrere gli stili di vita del secondo dopoguerra e dei successivi anni ’60.

Per chi lo ha vissuto, quel tempo, ha un valore evocativo ma il ricordo offre anche nuove chiavi di lettura alla luce dei mutamenti intervenuti.

Ci sono anche momenti drammatici come la vicenda di un compagno di scuola delle medie che muore all’improvviso e – rileva l’autore – non vedrà nulla di tutto quanto è venuto dopo: la televisione, la città che cambia, la musica che farà venire voglia a tutti di ballare.

O l’episodio in cui ci parla di un terribile disastro accaduto appunto negli anni ’60, che viene visto da un peculiare angolo prospettico e attraverso il ricordo di un portacenere rosso, il giovane sottotenente Guccini riceve in dono da una ragazza veneta: da qui una storia solo immaginata, con gli occhi del “cosa poteva essere”.

Altre storie come un’istantanea fotografano quegli anni duri (specie per coloro che non erano stati nemmeno sfiorati dal “miracolo economico”). Ecco allora il giovane montanaro che si reca in un giornale di provincia in cerca di lavoro. Ha una fame nera, un’aspirazione tenace, ma un cinico capocronaca che lo scoraggia.

O vicende di vario genere, come i due amici che, di notte, vanno, in cerca di una prostituta per sfidarsi in una gara che però è un cattivo scherzo….Poi, l’andare, in tutte le balere, suonare fino all’alba, con un giornalista che tempesta di domande e vuole episodi piccanti a lui che, ora, fa altro ma i suoi ricordi sono carichi di nostalgia.

L’andare in gita, alla domenica, di un giovane sottotenente (sì proprio lui, l’autore del libro) in pausa dalle manovre.

Francesco Guccini anche come scrittore è maestro di parole, con le quali sa rendere in modo superlativo un’atmosfera, che sia l’afa estiva della città o le stanze impregnate di fumo di una redazione.

Come in altri suoi precedenti libri sono piccole storie sullo sfondo della grande Storia, importanti proprio perché intensamente vissute, come avviene per i nostri ricordi giovanili: ciascuna di esse illumina un volto, un’atmosfera, un oggetto.

Ci sono, infatti, quegli oggetti “come un accendino, una penna stilografica, un portachiavi con un mazzo di chiavi “che aprivano chissà quali porte”, cose che hanno accompagnato, per lunghi tratti, la nostra vita e poi, un bel giorno, “ci hanno abbandonato, se ne sono andati, chissà dove e per quale motivo”.