Silvia, rimembri ancora. E poi? E’raro tornare da adulti alle poesie apprese a scuola. Eppure potremmo scoprire come risuonano adesso in noi. E ci accorgeremmo che la vita le ha rese “più leggibili, più emozionanti, più preziose.”
Paolo di Paolo, nel suo recente libro Rimembri ancora edito da Il Mulino, rileva che nel bagaglio delle conoscenze scolastiche, insieme alle tabelline, al teorema di Pitagora, alla fotosintesi clorofilliana, rientrano anche molte poesie.
E capita di ripetere versi che molti anni fa imparammo a memoria. Da “A Silvia” di Leopardi a “La pioggia nel pineto“ di D’Annunzio, dalle «stelle cadenti» di Pascoli al «male di vivere» di Montale.
Versi che ci tornano alla mente all’improvviso. Ma cosa ci vogliono dire oggi?
Paolo Di Paolo ci offre un’occasione per leggere in modo nuovo e sorprendente le poesie studiate a scuola. Le libera dai luoghi comuni, rimette in rapporto scrittura e vita. Seguendo piste imprevedibili, riscopre «Dei Sepolcri» come un canto carico di tenerezza. A questa poesia dedica ampio spazio.
Poi rilegge con acutezza «Il cinque maggio» come un editoriale in versi. Accosta autori contemporanei come Ray Bradbury a Carducci o Yasmina Reza a Manzoni, ripensa i versi secchi di Ungaretti all’ombra delle guerre odierne.
Mi soffermo su un caso particolare, quello di Carducci che in vita era stato venerato già a ridosso della mezza età, “professore di rango, senatore, premio Nobel”. Per diverse generazioni fu il più letto nelle scuole. Poi rapidamente dimenticato, considerato fine cesellatore di rime di ritmi ma è emersa l’idea che nelle sue poesie ci sia qualcosa di astratto e di freddo, “un sentimento – così scrive Sapegno – <tutto letterario e formalistico della tradizione.>”
Di Paolo ci mostra che di versi belli ne ha scritti molti. E che si trovano in particolare “in quella zona più privata, più intima della sua opera, in quei testi in cui si mostra <dimentico di prerogative e doveri, ossessionato dall’idea della morte, del tempo che fugge.> Porta tra gli esempi due poesie meno conosciute ma incisive come Nevicata, e Alla stazione in una mattina d’autunno”.
E Davanti San Guido con quei cipressi «alti e schietti» che appaiono a Di Paolo “sentinelle di un corridoio spaziotemporale che riporta lì, verso quel luogo delle origini abbandonato con il corpo ma non con lo spirito, non con l’immaginazione, non con la memoria”.
Tornando a Leopardi, Di Paolo ci parla de la Sera del dì di festa, come di un canto che muore a poco a poco, si attenua in lontananza e stringe il cuore: come quell’incipit, un endecasillabo sublime, “Dolce e chiara è la notte e senza vento.” E non mancano capitoli dedicati con penetranti commenti a Pascoli e a Gozzano.