In occasione della Festa della Donna, facciamo i migliori auguri a tutte le donne, a cominciare dalle nostre socie. E qui di seguito riportiamo un articolo di Gabriele Parenti tratto dal suo saggio “Quando i pantaloni erano un tabù”

Se ogni tanto prende la nostalgia per i bei tempi andati, per scacciarla, basta pensare a quante costrizioni, discriminazioni, pregiudizi c’erano in passato e con quanta fatica sono stati demoliti.

Qualche decennio fa, se chiedevo perché le donne non fossero ammesse nell’esercito, nelle forze dell’ordine o in altre professioni analoghe, si rispondeva di solito invocando la minor forza fisica.

In realtà, poiché non si era più al tempo delle spade e delle armature, la vera ragione era il ritenere che l’autorevolezza non fosse una dote femminile. Pregiudizio sociale che quando queste professioni si sono aperte alle donne si è dissolto come neve al sole.

Dalle Forze armate alla Magistratura, alle Forze dell’ordine fino alle più alte cariche dello Stato le donne si sono affermate e hanno cambiato in meglio la nostra Italia, parallelamente a quanto avviene in gran parte del mondo, mettendo fine ad una dimidiata società che datava dalla notte di tempi.

La discriminazione, la relegazione delle donne nei ginecei e poi nell’ambito domestico è stata nei secoli passati una costante di quasi tutte le civiltà e deriva da un atteggiamento possessorio che privava le donne dei diritti, a cominciare da quello di avere una vita sociale o potere decisorio nella stessa vita familiare.

Tutto questo era evidenziato dal cambio del cognome giacché fino alla riforma del codice civile del 1975 la legge stabiliva che la moglie prendeva il cognome del marito. Che era ufficialmente il capo famiglia.

La “debolezza” femminile veniva, però, ignorata nei lavori di casa che fino all’avvento della lavatrice, della lavastoviglie e di altri elettrodomestici comportavano fatica muscolare, e un impegno continuativo durante tutta la giornata. E anche nelle fabbriche e nei campi svolgevano lavori pesanti Eppure, l’immagine della fragilità femminile era pervasiva. Era usata come argomentazione per escludere le donne da molte attività e, quindi, anche da percorsi scolastici.

Fino a metà degli anni ’60 permeava anche i testi delle canzoni dove la donna era spesso chiamata paternalisticamente “bambina”. E le canzoni sono sempre state specchio della mentalità corrente.

Per fortuna oggi le cose sono cambiate. Allora, il futuro si tinge di rosa? Speriamo.

E facciamo in modo, soprattutto, che si ponga fine all’orribile sequenza di femminicidi, stupri, violenze che attestano il perdurare di vessazioni di quanti considerano le donne come loro proprietà.

Un’erba velenosa che dobbiamo assolutamente estirpare. In modo drastico. E definitivo