L’ universale commozione per la morte di Papa Francesco e il grande giubilo per l’elezione di Papa Leone XIV rivelano che il sentimento religioso è ancora vivo. E che potrebbe esserlo ancora di più se noi cattolici diamo testimonianza di fede.
Specie nei confronti di quegli ambienti intellettuali che considerano il cristianesimo come un residuo del passato, la religione un placebo per masse incolte.
Questo mi riporta a ricordi lontani. Negli anni ’50 e ’60, specie in provincia, il popolo comunista pur avversando “i preti” per motivi politici (si era in piena guerra fredda) frequentava le Chiese e i Sacramenti. Si diceva, invece, che gli intellettuali fossero i più anticlericali.
Perciò, quando entrai al Liceo Classico fui messo in guardia contro il rischio di essere “convinto” dalle tesi antireligiose, specie nelle lezioni di filosofia. Ma proprio questo sopravvalutare “il pericolo” denotava un complesso d’inferiorità dei cattolici che finiva per creare un parallelismo fra il sapere e il rifiuto della religione.
In effetti, nelle lezioni di filosofia, si parlava con sufficienza della “mitologia giudaico-cristiana”.. in quelle di storia, il cristianesimo trovava posto solo per le lotte fra Papato e Impero o per le nefandezze (vere e presunte) dell’Inquisizione. La storia del pensiero umano vista come cammino dalla superstizione alla razionalità culminava nell’affermazione di Feuerbach (e di Marx) che non è stato Dio a creare l’uomo ma l’uomo a creare Dio.
Affermazioni presentate come inoppugnabili, (come una sorta di teorema matematico) tanto che all’epoca temevo che leggere L’essenza del cristianesimo di Feuerbach mi avrebbe potuto portare verso l’ateismo. Anni dopo quando ho preso in mano questi testi mi è parso di trovarmi in una di quelle soffitte che da bambini ci facevano paura e che da adulti ci fanno dire: “ma è tutto qui?”.
E’il naturalismo ottocentesco, non la religione, che appare una forma pregressa del pensiero umano, oltrepassato dallo stesso cammino della scienza. E l’ateismo non suona più (lo dicevano appunto nell’800) come appello alla liberazione dell’uomo ma fa pensare all’insensata volontà di potenza, al tentativo di assoggettare la natura e scopriamo quanto sia invece più grande il francescano Cantico delle Creature.
Certo, nonostante le aperture di Papa Giovanni XXIII la Chiesa di allora – che era ancora quella preconciliare – non aiutava a colmare le distanza con il mondo della cultura: Darwin e Freud (dipinto come una sorta di pornografo) erano messi all’indice ..così anche nelle lezioni di biologia e di scienze naturali si creava un divario fra fede e ragione.
D’altronde, un atteggiamento largamente diffuso del mondo cattolico, fatto di divieti e di intolleranza, attento più alle vigilie quaresimali che alla carità, per avere il posto in Paradiso prenotato, diveniva il migliore alleato del rifiuto della religione.
Eravamo alle soglie del ’68. Noi giovani cattolici eravamo sulla difensiva. Seppur forti delle nostre convinzioni, nel confronto con i marxisti sentivamo il disagio di dover sempre essere sulla difensiva, e vivevamo in una condizione di oggettiva inferiorità. Finiva così che cercavamo di rendere il cristianesimo più “accettabile” al mondo laico accentuandone il richiamo alla dimensione orizzontale che metteva in disparte quella spirituale.
Ci volle la sferzata di Giovanni Paolo II, quel suo indimenticabile “non abbiate paura” per una nuova chiave di lettura. Alla visione di stampo crociano del “non possiamo non dirci cristiani” basata su valori storico culturali (con quella blanda, anodina doppia negazione) si sostituiva la volontà di essere cristiani “senza se e senza ma ”.
Analizzato senza complessi d’inferiorità, il materialismo marxista appariva espressione di una cultura storicamente datata. Anche le tesi darwiniane potevano essere viste senza prevenzioni; anzi, un approccio non ideologico all’evoluzionismo consentiva di apprezzare l’emozionante mistero della creazione…con il soffio vitale nel passaggio dalla materia inorganica a quella biologica, i mattoncini della vita, base di nuove mirabili costruzioni.
Il Big bang, la teoria “delle stringhe” non ci esimono dal guardare oltre. Se il nostro universo non contiene tutto il tempo ma nasce nel tempo torna l’affermazione di S.Tommaso d’Aquino ex nihilo nihil:: anche se il nostro fosse solo uno degli infiniti universi, ciò non legittima a ridurlo a mero “accidente”. Non lo si dimostra con le leggi della fisica ma l’importante è aver stabilito che la creazione non è in contraddizione con tali leggi.
Nel frattempo, però, ulteriori esperienze ponevano interrogativi inquietanti. Studiosi autorevoli hanno utilizzato l’antropologia culturale e la psicologia archetipica per dimostrare che il cristianesimo deriverebbe da religioni medio orientali. Lì per lì ti sconcerta un po’ leggere che nel mitraismo troviamo molti riferimenti “cristiani”, che l’iconografia degli angeli è ricalcata su divinità mediorientali o nordiche. Poi approfondisci ancora la questione e arrivi a dire: “e allora?”. Presumo che La Pira avrebbe rilevato che le citazioni sopra riportate non scalfivano la validità del cristianesimo; anzi testimoniavano come esso fosse innervato in tutte le culture; quasi- aggiungo io- nell’inconscio collettivo dell’umanità.
Negli anni ’70, era in auge la Scuola di Francoforte. L’uomo a una dimensione fece di Marcuse, il filosofo-icona del sessantotto. Si diceva che unisse marxismo e freudismo. Eppure, infrangendo il sogno del Paradiso laico promesso dalla civiltà tecnocratica, il pensiero dei francofortesi si apriva a ad una prospettiva lato sensu cristiana.
Mi fece piacere leggere nell’ Enciclica di Benedetto XVI Deus caritas est una critica di quelle forme di scientismo che riducono la ragione a strumento privo di rilevanza valoriale. Con accenti non diversi proprio i filosofi francofortesi Horkheimer e Adorno osservavano che “la società assume la forma di un rapporto tra cose [per cui] anziché averne il dominio, l’uomo ne è dominato” (Cfr. La dialettica dell’Illuminismo“).
Quale conclusione, allora?
Solo se si abbandona l’orgoglio faustiano, si recupera il senso della vita. Come dice il Vangelo, chi perde la propria vita la ritroverà Chi esce dallo schema competitivo trova nella solidarietà, nella gratuità, la pienezza dell’esistenza.
Papa Francesco ci ha insegnato che il cristianesimo non è una sorta di banca in cui si apre un conto dare- avere che ha per saldo il Paradiso. Così l’affermazione evangelica che il Regno dei cieli è vicino non è più rivolta solo alla vita futura. C’è anche quella ma l’appello più forte è che Il Regno dei cieli è qui,accanto a noi. Basta solo che ce ne accorgiamo.
Negli scorsi decenni ho avuto il privilegio di frequentare personaggi di grandi spessore come Balducci, Turoldo, La Pira. Hanno mostrato come superare schemi e rigidità: la fede offre una chiave di lettura storica, antropologica in cui la vita riprende il sopravvento, se reagisce al parossismo di una civiltà dissipatrice ove tutto deve essere iper ,mega e ultra,
Restava da superare un ultimo scalino: la differenza fra una fede “colta” e una fede “ingenua” fatta di ritualità e di devozione popolare. Uno scalino che sembrava incolmabile se si voleva conciliare fede e ragione. Eppure sarebbe bastato interpretare adeguatamente Cassirer ed il concetto dell’ animal symbolicum, la cui identità si declina in forme quali il linguaggio, la religione, l’arte.
La distinzione fra religione colta e fede “popolare” nel cristianesimo non ha senso: per chi crede nella Buona novella tutto acquista significato; anche le litanie che apparivano un insopportabile biascicamento di formule astruse, se lette e meditate nel loro significato più pregnante acquistano un valore che La Pira non mancava mai di mettere in risalto: Rosa mystica, turris eburnea, vas spiritualis ..anche la mitologia archetipica, l’antropologia culturale e ,in particolare la scuola francese (compreso lo strutturalismo di Levi Strauss) che sembrava destinata a sferrare l’ultimo colpo alle ingenuità della “mitologia giudaico cristiana” viene -involontariamente- in aiuto per rivelarne la ricchezza spirituale e la capacità di “far nuove tutte le cose.”
Gabriele Parenti