Laura, la protagonista del Canzoniere di Petrarca è un’icona del fascino femminile. Per parlare di lei il poeta utilizza notoriamente dei senhal, figure retoriche derivate dalla poesia trobadorica  come l’aura, aurea l’auro,ma il nome stesso di Laura è chiaramente un senhal  al punto che ci si è sempre chiesti se questa donna-simbolo sia davvero esistita.

E’il 6 aprile 1327, Venerdì santo. Di primo mattino, ad Avignone, fuori dalla Chiesa di Santa Chiara, Francesco Petrarca vede una giovane donna, ne rimane ammaliato e lo resterà per tutta la vita.

In realtà fu un amore solo platonico. Tra l’altro, Laura (che nel 1327 aveva 17 anni, Petrarca 23) se può essere identificata con Laura de Noves, era sposata da due anni con il marchese Ugo De Sade. A lei sono dedicate le 366 liriche del Canzoniere che costituiscono una pietra miliare della nostra letteratura e sono state un modello per  intere generazioni di poeti.

Circa un terzo (103) di queste poesie sono dedicate alla memoria della giovane avignonese, che morì di peste nel 1348. Era di nuovo il 6 di aprile, sempre alle 6 del mattino. Petrarca, nel suo più prezioso tra i manoscritti che aveva raccolto, annota, infatti, che a Laura,  nella stessa città, nello stesso mese d’aprile, nella stessa ora prima del giorno sei dell’anno 1348, ( in eadem civitate eodem mense aprilis eodem, die VI hora prima) la luce della sua vita è stata sottratta alla luce del giorno. 

 Gli studiosi, in ogni epoca, hanno dibattuto se Laura sia realmente esistita o non sia stata invece una figura poetica. La prima ipotesi si appoggia sul racconto realistico che il poeta fa di quell’incontro, di altri che ne seguirono ad Avignone, della descrizione dettagliata della donna amata (la “gonna leggiadra”, le “trecce bionde” le “belle membra” l’“angelico seno”).

Anche le poesie che ricordano Laura, dopo la sua morte, sono appassionate ed evocative.

Questo binomio di amore e morte divenne un topos letterario. Inoltre, come ha scritto Roberto Fedi[i], sull’esempio del Petrarca, nel corso dei secoli quasi tutti i poeti si sono ispirati a donne bionde, dal Tasso al Foscolo, fino a Mogol (fa eccezione la Silvia del Leopardi) come emblema di bellezza.

La seconda tesi, invece, si basa sul nome Laura che consentiva una serie di variazioni: l’aura, appunto o il lauro di cui anche il nostro poeta, anni dopo, sarebbe stato insignito in Campidoglio. Petrarca quindi avrebbe utilizzato il senhal  che celava la donna amata dietro un nome fittizio o, talvolta, creava un gioco di parole come i capei d’oro a l’aura sparsi (Tra l’altro è da notare che nell’ortografia medievale spesso non si usava l’apostrofo ma articolo si legava direttamente al sostantivo).

Il dubbio rimane 

Il dubbio sulla reale esistenza di Laura si ebbe subito, tanto che lo manifestò anche un grande amico del Petrarca, il vescovo Giacomo Colonna  e il poeta si premurò di smentirlo con una lettera del 21 di dicembre 1336: “Che dici tu dunque? d’aver io inventato il bel nome di Laura perché di lei potessi parlare e per lei molti parlassero; ma che nel fatto nessuna Laura mi sta nel cuore, se non forse quel lauro dei poeti al quale è manifesto ch’io aspiro”. Il poeta aretino, che scrive da Avignone, continua affermando che purtroppo il suo tormento d’amore non era una finzione.  


[i]   R.Fedi,  I poeti preferiscono le bionde. Chiome d’oro e letteratura Firenze. 2007.