Ho intervistato per la prima volta Francesco Guccini nel lontano 1983. Arrivai nella già mitica Via Paolo Fabbri,43 con una certa trepidazione perché la mente mi si affollava di domande ma non sapevo quanto tempo avrebbe avuto per me il celebre cantautore. 

Invece, mi dedicò l’intero pomeriggio con una conversazione che spaziò dal suo recente viaggio in Argentina ai racconti di Borges e a Switt, l’autore di Gulliver.  Naturalmente parlammo del suo ultimo album “Metropolis” e in particolare di  “Bisanzio”  un brano che è stato giustamente  definito onirico in quanto è un viaggio nello spazio, nel tempo e nelle ragioni profonde dei cambi d’epoca. 

Conoscevo il contesto storico di cui parla la canzone ma Guccini mi spiegò alcune metafore e alcune immagini evocative come l’allusione alla precessione degli equinozi esortandomi però a non cercare troppi significati riposti.  Il che è vero perché troppo spesso si effettuano dietrologie come mi hanno detto anche altri cantautori.

In effetti, all’epoca era ancora il tempo in cui si davano interpretazioni politiche delle sue canzoni. A cominciare dalla Locomotiva  il cui spessore poetico è, invece dato da essere un racconto (tratto da una storia vera) che riporta all’atmosfera lato sensu romantica, utopica, dell’anarchismo di fine ‘800.

 Quel giorno, però, parlammo soprattutto di Dio è morto?  Considerata un’icona del ’68.  Guccini mi ricordò che l’aveva scritta nel 1964  e  non riguardava il periodo della  contestazione. Ma aveva una prospettiva ideale  più ampia.  (Per incidens è noto che il brano fu censurato dalla Rai, fu trasmesso invece dalla Radio vaticana e piacque molto a Paolo VI).

Tornando a “Bisanzio,” lo esaminammo dettagliatamente, perché si tratta di un brano non certo facile. Basta pensare a quel “[…] là dove si perde/ la terra dentro al mare fino quasi al niente / e poi ritorna terra  e non è più Occidente”.  O a  quel  criptico  “Bisanzio è un sogno che si fa incompleto”.

Il discorso si spostò poi su un altro famoso brano, “Bologna”: una ballata carica di significati che suscitano sensazioni, emozioni.  Così come in Black out, un brano meno conosciuto, ricco però  di immagini evocative, di una poesia intimistica.

Ma soprattutto parlammo del suo prossimo album (che sarebbe uscito in aprile di quello stesso anno) Shomer ma mi Llailah, una frase tratta dalla Bibbia (Isaia 21, 11.12) e tradotta  con  “Sentinella, quanto resta della  notte?”   di cui Guccini   mi dette subito un’interpretazione non politica ma esistenziale. Tra l’altro, il termine notte può avere più accezioni,  ma anche interpretandola in quella più consueta di momento di difficoltà, è un invito alla speranza e quindi, fa giustizia di un preteso pessimismo gucciniano che non ritengo tale nemmeno in altre canzoni perché userei   piuttosto il termine “realismo”.

Era un tranquillo sabato pomeriggio di una bella giornata invernale, terminammo parlando di Gulliver e sull’impossibilità del viaggiatore di rendere i suoi ascoltatori partecipi delle sensazioni, delle emozioni, che ha provato.

Uscii con una piacevole impressione per questa conversazione ricca di cordialità, grazie alla semplicità e alla disponibilità del mio interlocutore, tipiche di tutti i grandi.

Di interviste con Guccini ne ho fatte poi molte altre, di solito alla fine dei concerti (come quello cult del 1997 al Mandela Forum … di cui ricordo in specie una strepitosa interpretazione di Cyrano). In un’altra occasione (si trattava di un programma di Radio Rai) quando gli dissi “questa è la mia settima intervista con te”, lui con il suo fare scherzoso rispose “Hai una bella pazienza…io non l’avrei avuta.”

L’ultima occasione è stata per la presentazione di un suo libro quello delle “Tre cene” che ho recensito con entusiasmo… spero che avremo nuove occasioni in futuro.

Gabriele Parenti