E’ questo il titolo della sezione tematica del nuovo volume di Testimonianze  (n.563) che intende valorizzare esperienze e realtà – a partire dalla significativa storia dell’Opera della Madonnina del Grappa – che, in ambito locale e internazionale, operano nel tessuto sociale contemporaneo offrendo sostegno ai più fragili, a chi vive condizioni di sofferenza, marginalità o abbandono.

Riportiamo qui una piccola parte dell’ampio articolo di Vincenzo Russo “L’Opera della  Madonnina del Grappa: una storia che continua”
                  

                          “La carità: una fiamma che arde”


«L’animo vorrebbe inoltrarsi negli oscuri vicoli, salire le scale sgangherate, stringere a sé tanti piccoli esseri, avvolgerli nell’amore che protegge, eleva, insegna la gioia della vita. Vorrebbe togliere al dormitorio pubblico poveri fanciulli senza casa, esposti ai pericoli della strada. Ma, le convenienze, le difficoltà del poi, le critiche di coloro che pensano che anche la carità deve essere fatta per benino…Siamo dei pusillanimi! La carità non è una fredda luce chiusa nell’involucro di vetro; è una fiamma che arde, sprizza, si dilata, si eleva; il vento non la spenge, la moltiplica; chi tenta di soffocarla ne rimane avvolto».

 Queste parole, scritte da don Giulio Facibeni nell’edizione datata 2 febbraio 1947 de «Il Focolare», giornale che fu ed è stato fino ad oggi espressione costante dell’azione dell’Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa, ben riassumono il senso più pieno del suo carisma e della missione dell’Opera stessa.


Quello che emerge è, anzitutto, l’intensità del desiderio di annunciare a tutti la gioia della fede e della vita attraverso una evangelizzazione incentrata sulla carità.
Per cogliere la portata «rivoluzionaria» di quel desiderio occorre collocarlo nel tempo in cui don Facibeni lo esprimeva. Siamo nel secondo decennio del secolo scorso, in una Chiesa abbondantemente preconciliare, dove i primi doveri di un parroco sono quelli della catechesi e dell’amministrazione dei sacramenti. Troppo lontani, ancora, quei richiami, a noi oggi familiari, alla necessità del dialogo, ad una comunità cristiana aperta che, insieme al suo pastore, non si chiude in una ritualità incomprensibile ma esce fuori dalle pareti delle sue stanze e sicurezze e si riversa per strada, per testimoniare la buona notizia di Cristo attraverso l’azione concreta della carità.

Eppure don Facibeni viveva già tutto questo, spesso incompreso e malgiudicato dagli stessi ambienti ecclesiastici, attuando quel monito che in questi giorni tanto abbiamo caro nel ricordo di papa Francesco: «Il pastore deve avere l’odore delle pecore», deve cioè stare in mezzo alla gente.

Articoli sono dedicati anche alla Comunità di S.Egidio, ai “Samaritani necessari” e ad altre importanti esperienze di solidarietà ,