Anticipazioni dell’articolo che uscirà sul prossimo numero di InfoFap Firenze

Il 29 gennaio 1475 si tenne a Firenze, in Piazza S.Croce, quella che è conosciuta come “la giostra di Giuliano”, il torneo che nella memoria collettiva è ricordato come una delle espressioni dell’età d’oro della Firenze rinascimentale.

Tutta la giostra, d’altronde, s’ispirava ai rituali cavallereschi di tradizione francese che serviva a conferirle una patente di nobiltà.  Ma questa enfasi, su un evento di sapore medievale con il suo complesso rituale, veicolava anche particolari significati politici. 

L’occasione da celebrare era l’alleanza con Venezia ma c’era anche un significato politico riposto che non è facile decifrare.

Franco Cardini e Barbara Frale nel saggio La congiura. Potere e vendetta nella Firenze dei Medici, ricordano che Giuliano, fino ad allora, non era mai emerso sulla scena e  anche quando dava dei pareri sulle questioni politiche, sembra che Lorenzo non lo ascoltasse molto.

Eppure, all’improvviso, Lorenzo si adoperò in ogni modo a suon di fiorini perché il fratello acquistasse fama non solo a Firenze, ma in tutte Italia,  come trionfatore nel più sontuoso e avvincente dei tornei. Forse  ritenne che fosse giunto il momento di valorizzarlo, ma poteva esserci  anche  un significato riposto rivolto ai suoi nemici, se lui fosse perito in un attentato, c’era chi era pronto a raccogliere la successione, un nuovo Magnifico e quindi attentare alla sua vita diveniva politicamente controproducente.

Ma la vicenda più misteriosa è la questione del cavallo che Giuliano avrebbe dovuto montare. Il cavallo, come accade anche nel Palio, aveva un  ruolo fondamentale per la vittoria. Ebbene, Lorenzo chiese in prestito un cavallo di pregio all’amico Federico di Montefeltro che era noto per possedere magnifici esemplari.

Gli rispose il segretario del duca annunciando che, sebbene il Montefeltro si privasse malvolentieri dei suoi cavalli, ne avrebbe inviato a Giuliano uno di cui descrisse dettagliatamente i pregi.  Aggiunse, poi, all’improvviso, che ne aveva concesso uno a Renato de’ Pazzi. Quindi en passant osservò che il cavallo destinato a Giuliano lo aveva già visto un sensale dei Medici che con una certa sufficienza aveva detto “non mi dispiace.”

La lettera sembra avere un triplice sottinteso: a) esalta il proprio “dono” e questo è abbastanza prevedibile b) parla del cavallo concesso a Renato dei Pazzi e questo è uno strano inciso. Sembra che voglia marcare la sua equidistanza tra le due famiglie ma forse c’è qualcosa di più c) il non mi dispiace si lega alla prima parte del discorso per far sapere che ci si attendeva una più calorosa riconoscenza dall’emissario dei Medici.

Poi, il fatto nuovo: qualche tempo dopo, quando mancava meno di un mese dalla giostra, arrivò a Lorenzo una nuova lettera, questa volta scritta direttamente dal duca, dove si faceva sapere che il cavallo destinato a Renato de’Pazzi era “scomparso”. Quindi, poiché il Pazzi era stato il primo a fare la richiesta, avrebbe dovuto inviare a lui il cavallo che aveva destinato a Giuliano.

Una lettera che sconcerta perché marca una differenza nei rapporti con le due famiglie. E il modo lapidario sembra un voluto affronto.  Era davvero così?  E nel caso, perché?

Questo lo vedremo nel proseguimento del racconto che sarà pubblicato nel prossimo numero (a novembre) di Info Fap Firenze e che, come per gli altri numeri del nostro periodico, sarà visibile anche su questo sito.

Gabriele  Parenti