In larga parte della Toscana c’è il detto “peggio Palaia” per sottolineare che qualcosa non può andare peggio di così, Anzi, talvolta si dice “meglio Palaia” con un significato ironico quindi con intonazione ancor più negativa. Ad esempio, se uno ti racconta: E ’venuto un acquazzone improvviso – e poi aggiunge – non avevo nemmeno l’ombrello” tu magari dici “pure”! ma se lui continua dicendo che non c’era nemmeno l’ombra di un tetto o di un cornicione per ripararsi ti viene da dire “meglio Palaia!.”
Fin qui tutto chiaro. Ma cosa c’entra Palaia? Ci sono due versioni sull’origine di questo detto. La prima riguarda il saccheggio del castello di Palaia conquistato nel 1435 dalle milizie di Niccolò Piccinino condottiero di Milano nella guerra contro Firenze. Piccinino aveva vinto sul Serchio e in Mugello. Ma l’assedio di Palaia fu considerato a Firenze la sconfitta più grave. (Per alcuni il detto risalirebbe invece al 1362 quando i fiorentini cercarono invano di espugnare Palaia).
Un’altra versione riconduce questo modo di dire a un’epidemia di peste avvenuta nel 1762. Il Granduca Leopoldo II si recò a visitare le zone colpite e gli riferirono che la situazione peggiore era a Palaia. C’è anche una terza ipotesi. Che il Granduca stesso avesse esclamato “peggio Palaia” ricordando l’antico detto.
Vediamo quindi che risalire alle origini è spesso difficile. Questo vale anche per un altro detto. Nel pisano si dice: “è come portare ombrelli a Buti” per significare una cosa del tutto inutile, superflua. Il noto linguista e studioso del dialetto Alessandro Bencistà mi ha fatto notare che questi detti si ripetono in varie aree geografiche e a Firenze si dice “come portar cavoli a Legnaia”.
Ma ho citato Buti perché qui c’è una duplice interpretazione. Anzitutto quella meteorologica. Buti sorge in una ridente vallata. Ridente quando c’è il sole ma piove prima e più che in pianura (la corolla di colline fa sì che le nuvole siano meno spazzate dai venti) e a Pontedera c’era un proverbio: quando il Serra mette il cappello, preparate l’ombrello. Ricalcato probabilmente dal fiorentino “Quando Monte Morello gl’ha i’ cappello non ti fidar del tempo bello”o “contadin prendi l’ombrello” (cito dal Vocabolario Vocabolario del vernacolo fiorentino-toscano del prof. Bencistà).
Ma forse, alla radice c’è un equivoco: in origine il detto sarebbe stato “corbelli” invece che ombrelli e poi sarebbe stato erroneamente modificato. Buti era, appunto, noto per l’arte dei “corbellai “che con grande perizia realizzavano pregevoli recipienti di castagno. Insomma, portare corbelli a Buti che li esportava era un assurdo così come nell’antichità classica si diceva “portare vasi a Samo” isola greca famosa per la produzione di vasi e ceramiche, con lo stesso significato di azione superflua.
Passiamo ad “Andare a veglia”. E’ noto che prima dell’avvento della televisione si andava a veglia da parenti o da amiciperpassare la serata. Ma a Buti si usa questo modo di dire anche in senso ironico. Se uno indugia troppo nel fare un lavoro o nel compilare un modulo ecc. si dice: “ma ci stai a veglia?”
Un modo di dire che è pressoché scomparso e risulta oggi incomprensibile è “essere come il cavallo del Ciolli” per dire che uno è pieno di malanni veri o presunti (quindi un po’ ipocondriaco).
Sfogliando le Lettere di Cortigiane del sec. XVI pubblicato a Firenze nel 1884 ho trovato questa espressione “ Et vedrai che non sarete el cavallo del Ciolli, e’ tempi credo ci serviranno bene, et che saranno ad proposito nostro”.
L’origine di questa espressione è attestata del ‘500 dallo storico fiorentino Bendetto Varchi che scrive Di quelli che […]vanno cicalando qua e là, si dice che fanno come il caval del Ciolle, il quale si pasceva di ragionamenti, insomma, fare cose senza alcun vero scopo o risultato, come se si pascesse “di parole” invece che di cibo.
Ma poi evidentemente c’è stata una versione traslata che ha preso il significato di essere pieno di incomodi, malanni, o avere un comportamento irrequieto e questa accezione la riporta anche Lessicografia della Crusca in rete.
Terminiamo con un detto trovato in vari scrittori e poeti dialettali pisani e lucchesi “Bella terra è Lucca ma Pisa la pilucca” per significare che i Pisani dopo la sconfitta della Meloria si rivolsero al territorio interno a spese delle ricche contrade lucchesi.
Interessante il termine “pilucca” che non serve solo a far rima con Lucca ma vuol dire che con queste incursioni non si spingevano a fondo e si limitavano a occupare alcuni castelli di confine così come si piluccano i chicchi di un grappolo d’uva.
Un detto che fa il paio con il più famoso “arrivano i Pisani”: un’esclamazione lucchese che le mamme adoperavano per far destare i bambini quando si assopivano durante la cena. E che faceva appunto riferimento a quando si doveva vigilare contro le incursioni degli armati della Repubblica marinara.
Già che siamo a Lucca parliamo di altri due modi di dire che erano in uso nel pisano con un pizzico di ironia…ma abbastanza tenue.
Se uno si lamentava per la pioggia gli dicevano : “fai come a Lucca! “ e se quello chiedeva cosa facevano rispondevano “a Lucca lascian piovere”. (A Firenze questo si dice di Prato) Probabilmente voleva dire che i lucchesi erano tradizionalmente gente più tranquilla rispetto ai più animosi pisani e livornesi.
Confermato anche da quest’altro detto: se dicevo “domani vado a Lucca” i miei amici butesi automaticamente commentavano: “a prendere il garbo?”. Volendo dire che i lucchesi erano persone cortesi, garbate. Dov’è l’ironia? Non è facile capirlo …forse sottotraccia si voleva insinuare che forse erano troppo attenti alle forme rispetto ai più rudi e più schietti pisano-livornesi? Mah.
(uso volutamente il passato perché da qualche decennio le varie aree linguistico-culturali si sono uniformate e questi detti non appartengono più al nostro tempo).
Un altro modo di dire mi lascia perplesso. Un paio di volte quando ho salutato con “buongiorno” mi sono sentito rispondere “buongiorno e tre ova”. Dicono che sia un’espressione benaugurante ma a me sembra ironica. Ho fatto ricerche e ho trovato che proverrebbe dall’area fra Pisa e Piombino e che l’origine sarebbe dall’usanza dei combattenti della Repubblica marinara di bere tre uova prima di entrare in battaglia, per avere più forza. Quindi avrebbe un senso positivo.
Il fatto è che questo detto l’ho conosciuto a Firenze. Non lo avevo mai sentito né a Buti, né a Pontedera e nemmeno a Pisa che ho frequentato tutti i giorni per cinque anni. E quelle due volte di cui ho parlato ho sentito una sfumatura bonariamente beffarda…un po’ come se ti dicessero “buongiorno” mentre piove a dirotto e tu rispondessi “mah speriamo! Perché tanto buono non mi sembra”
Ho chiesto ancora una volta l’autorevole parere di Alessandro Bencistà il quale mi ha risposto “penso anch’io che il significato stia fra l’ironico e l’augurale, come il detto So’ padrone gl’ho portato un panierino di broccoli”ma che in mancanza di adeguata documentazione ogni interpretazione è possibile.
Gabriele Parenti