Il jukebox si affermò negli anni ’60   con il rock, perché erano canzoni che si ascoltavano nei bar e non da soli, ma in genere, eravamo un gruppo di ragazzi e ragazze. Le canzoni  melodiche  o a ritmo lento erano meno adatte.

Negli Stati Uniti il fonografo a monetine era stato già inventato e brevettato nel 1890 e diffuso nel 1927. Ma fu l’introduzione del vinile, nel dopoguerra, che portò alla nascita del jukebox che consentiva di scegliere fra un centinaio di canzoni, anche se quelle gettonate erano quasi sempre le ultime novità.

A proposito, anche il termine “gettonato” deriva dal jukebox perché si metteva una moneta da 50 lire per una canzone e una da 100 lire per 3 canzoni.  Addirittura in quegli anni c’era anche il Festivalbar nel quale si premiavano le canzoni che erano state più gettonate nei jukebox.

Vidi per la prima volta un jukebox a Buti (Pi), all’inizio degli anni ’60. Ricordo, infatti, di aver messo le famose 50 lire nel jukebox per ascoltare 24mila baci  che aveva appena avuto un grande successo a Sanremo. Era quindi il marzo 1961.

Ora, poiché all’epoca, tra piccoli centri di campagna e città c’era un gap consistente negli stili di vita, si può pensare che a Firenze e nelle altre città il jukebox fosse già in uso da alcuni anni.

Affidandomi ancora ai ricordi personali, aggiungo che il 1963, un anno particolarmente ricco di canzoni di successo, vide crescere la passione per le discussioni tra amici accanto a un jukebox. Si ascoltava spesso Abbronzatissima cantata da Edoardo Vianello ed era particolarmente apprezzata Amico  di Don Backy  ma la più gettonata  era  Se mi vuoi lasciare cantata da Michele  con quel tagliente “dimmi almeno perché”.

Ed era al centro dell’attenzione Sabato triste  con la quale  Celentano  fu in testa alla hit parade per cinque settimane, ma che sconcertava un po’ perché  ricordava  il genere blues  ed era inconsueta  per lo stile di Celentano ma si adattava benissimo alla sua voce.

Discussioni che erano ancora più animate dopo il Festival di Sanremo del 1966 per l’esclusione dalla finale de Il ragazzo della via Gluck. 

E nel 1968 quella che piaceva di più al mio gruppo di amici/e era   Casa Bianca cantata da Marisa Sannia (seconda classificata), mentre su Canzone (arrivata al terzo posto) c’erano vive discussioni se fosse meglio la versione di Celentano (che la cantò al festival) o quella del suo autore, Don Backy.

Ma erano gettonate anche Deborah cantata a Sanremo da Fausto Leali in abbinamento con Wilson Pikett, mitico re del soul e la scanzonata La tramontana cantata dal francese Antoine.

Ricordi ormai sfumati ma che oggi possiamo ravvivare grazie a internet e che acquistano il valore evocativo di un mondo lontano ma non perduto.

                                                                 Gabriele Parenti