In occasione dell’uscita del film Odissea di Cristopher Nolan pullulano gli articoli su Ulisse, sui suoi viaggi, sulla guerra di Troia: ne proponiamo qui, senza alcun riferimento al film, ma solo al testo omerico, un’ interpretazione  “obliqua”  dell’episodio di Polifemo che aveva già attirato l’attenzione di Horkheimer e Adorno.

I viaggi di Odisseo – Ulisse, che lo pongono a confronto con un mondo ormai scomparso, appaiono una sorta di metafora del colonialismo ellenico.  In aree remote, ai confini del mondo conosciuto, troviamo   terre favolose, come Ogigia, che riporta alla mitica età dell’oro, ma la splendida dea Calipso ha talvolta una voce terrificante. Qualcosa di arcano che incute paura. Questo rapporto è ancora più evidente nell’isola di Circe (Od. X,275 ss).

Montani lupi e leon falbi, ch’ella
Mansuefatti avea con sue bevande,

Sotto le apparenze di un Eden perduto si cela, per i Greci, una temibile realtà, un mondo selvaggio e belluino come troviamo nell’ isola dei Ciclopi.

Nella Dialettica dell’illuminismo[1]  Horkheimer e Adorno hanno parlato di un Odisseo (l’io occidentale-borghese) che deve resistere al canto delle Sirene perché sa che esso   rappresenta “quel passato in cui l’uomo viveva in simbiosi con la natura”.

Lo sforzo di Odisseo di resistere al richiamo della natura rappresentata da quel canto, è necessario per conservare l’integrità dell’individualità dell’uomo borghese. E di fronte alle Sirene, i rematori hanno le orecchie tappate con la cera.  “E’ ciò a cui la società ha provveduto da sempre – affermano i due studiosi francofortesi – freschi e concentrati, i lavoratori devono guardare in avanti, e lasciar stare tutto ciò che è a lato”. […] [2]

L’antagonismo di civiltà, si avvale, nel poema omerico, di una peculiare simbologia delle isole che sono luoghi appartati che conducono in una realtà parallela facendoci fare un balzo indietro nel tempo, alla civiltà preellenica antecedente all’età del bronzo[3].

La ueOdisseoOdisse terra dei Ciclopi è un’isola boscosa, avvolta dalla nebbia e dal silenzio: non ci sono villaggi, né campi coltivati: un sistema di vita antitetico alla civiltà della produzione di merci, dei porti. [4]

L’eroe omerico, con lo spirito dell’uomo occidentale, pensa subito a quanta ricchezza avrebbe potuto produrre se la terra fosse stata coltivata e se si fosse costruito un porto per commerciare. 

Proprio per segnare la supremazia, rispetto ad una società autarchica, c’era bisogno di rappresentare i Ciclopi come creature rozze, mostruose[5].   In modo non dissimile, furono descritti dai colonizzatori, i costumi degli indiani d’America.

Non appena approdati, Odisseo e i suoi uomini razziano pecore e capre senza chiedersi a chi appartenessero. Avevano fatto lo stesso nella terra dei Ciconi:

Saccheggiai la città, strage menai
Degli abitanti; e sì le molte robe
Dividemmo e le donne  [6]

(Da notare questo riferimento alle donne annoverate tra le merci depredate).

Grazie anche a Dante, Odisseo-Ulisse, è considerato per antonomasia il personaggio-simbolo della sete di conoscenza. I suoi viaggi appaiono una parafrasi della volontà di dialogare con diverse culture.  Ma l’Odisseo omerico è caratterizzato da una visione etnocentrica fondata sulla superiorità del proprio stile di vita che segna la distanza fra un Occidente pragmatico e razionale e un mondo magicamente seduttivo simile al gusto dell’esotismo dei viaggiatori occidentali dell’età moderna.

Senza voler fare nessun parallelismo tra l’espansionismo ellenico e i brutali colonizzatori del periodo, compreso tra il XVI e il XIX secolo, merita ricordare che dopo la scoperta dell’America, le potenze colonialiste, non si chiesero con quale diritto prendessero possesso del Nuovo Mondo e dei  suoi abitanti .E così accadde per la spartizione dell’Africa, di ampie porzioni dell’Asia e dell’ Oceania. La motivazione adottata era sempre quella enunciata da Kipling che esortò ad assumersi “il fardello del bianco” perché i nativi erano troppo arretrati per intraprendere la strada della civilizzazione.

Nell’idillio di Teocrito, Polifemo è un pastore immerso nella rigogliosa natura mediterranea, piena di colori, di frutti. Vive in un antro circondato da lauri e da cipressi.  Ma non è questo che interessa ad Omero cui preme porre in evidenza che i Ciclopi avevano tratti bestiali, come i Lestrigoni, che accoglievano gli stranieri scagliando sulle navi enormi macigni.

Quando si trova faccia a faccia con Polifemo, il condottiero degli Achei fa leva sulla sua superiorità linguistica. Con un gioco di parole deforma la pronuncia del suo nome, Odisseus, in modo da farlo sembrare Oudeis ovvero “nessuno”. 

 La capacità dialettica ingenera menzogna: mentivano coloro che stipulavano trattati con gli indiani d’America e subito li violavano. Stabilivano rapporti falsati con i loro interlocutori, che non giudicavano alla loro altezza e non consideravano reali controparti.  E’ noto che  gli ufficiali dalla giacca blu, si sentivano umiliati dal dover stringere la mano a dei selvaggi anche se i “selvaggi” si chiamavano Kociss, Makphya Luta (Nuovola Rossa) Hehaka Sapa (Alce nero) Tatanka Yotanka (Toro Seduto).

Eppure, proprio nelle terre marginali, tra i Ciclopi, ma anche nel Palazzo di Circe, nell’isola di Ogigia,  le vicende di Troia,  appaiono lontane e prive di senso.  Circe, la signora degli animali, possiede un forte legame con la natura. Lo stesso legame impersonato da Merlino e Morgana nella saga arturiana ove ogni espressione della civiltà precedente è respinta nella dimensione magica e tenebrosa.

Oltre Capo Malea, Calipso è la “voluttuosa nasconditrice”; incanta con parole dolci, erotiche ma Odisseo la definisce “dea terribile” che nasconde segreti di epoche remote. 

Forse è questo l’insegnamento più pregnante: nelle marginalità, nelle pieghe della storia, possiamo trovare l’eco di mondi che i civilizzatori hanno creduto di cancellare. 

L’Occidente ha deculturato le masse del Terzo mondo che, di fronte ai fasti della tecnologia, considerano i loro valori culturali come aspetti residuali e patetici, simbolo della miseria e dell’ignoranza; così come accadde in Europa – ricorda Serge Latouche – con la deculturazione delle campagne integrate nell’economia moderna. Ma ha finito per fare del male a sé stesso perché ha perso il senso profondo della propria identità[7].

                                                                                              Gabriele  Parenti

  • Questo articolo rielabora e sintetizza un capitolo del mio libro Il sogno di Afrodite, l’inganno di Apollo del 1996

[1]   M.Horkheimer – T .F: Adorno.   Dialettica dell’illuminismo,  tr. it Torino 1966

[2] Ibidem

[3] P:Citati, La mente colorata,  Milano 2002  p 148 

[4] Ivi,  p 170.  

[5]  Ibidem

[6] Odissea, Canto IX  vv . 49-51. 

[7] S.Latouche,  L’occidentalizzazione del mondo, tr.it Torino 1992