Ci ha lasciato Francesco Guccini, che ha fatto grande poesia sia come cantautore che come scrittore.  Talento artistico e altrettanto grande spessore umano.

 Molti i brani musicali divenuti mitici: da Auschwitz, a Il vecchio e il bambino, Amerigo, Don Chisciotte, Dio è morto. E l’apocalittica Noi non ci saremo (Si era negli anni in cui era forte la paura di una guerra atomica).

Altre canzoni, altrettanto splendide, danno un’immagine incisiva,  struggente del quotidiano.  In Samantha la vita che “può far male” anche se avrà un destino da modella, oppure cruda come in Piccola storia ignobile o desolata come ne Il Pensionato. Ma si veda anche la sottile angoscia di “Canzone della vita quotidiana”.  Canzoni che ti scavano nell’anima.

Gabriella Fenocchio, curatrice del libro “Francesco Guccini – Canzoni” scrive nell’introduzione: “ le canzoni del cantautore-mito di Pavana possono autonomamente e a buon diritto collocarsi nel panorama poetico del Novecento italiano “.

 “Le parole del testo” – sottolinea la Prof. Fenocchio – “risuonano della musica con cui si sono impresse nella memoria. Come se l’avessero incorporata in sé, assimilata fino a farne la prioria sostanza sonora”.

Guccini è sempre stato una voce indipendente, libera, non si è mai lasciato etichettare né ha ceduto alle mode del momento.  Per questo parla a tutte le generazioni. Ha affrontato una pluralità di temi e ha sottolineato alcuni stati d’animo che sono ricorrenti nella sua produzione artistica. L’amore per la montagna – Pavana – era già presente all’inizio della sua carriera artistica nell’album Radici del 1974. Poi i sogni giovanili, fra la Via Emilia e il West a cui si legano momenti di malinconia come nella Canzone delle Osterie di fuori porta, e in vari brani di Stanze di vita quotidiana. Ma sono solo momenti, perché lo stato d’animo prevalente è  legato piuttosto a una “nostalgia del futuro” a  quel mondo nuovo che i giovani auspicavano ma non era sorto.

Emblematico Dio è morto scritta nel 1965. Esprime con forza il desiderio di un cambio d’epoca. I primi versi si ispirano alla poesia l’Urlo di Allen Ginsberg. Ma, a differenza di questa, non è pervaso di pessimismo, anzi è un inno alla speranza: “nel mondo che faremo Dio è risorto”. Un Dio laicamente inteso come simbolo dei valori di giustizia e di solidarietà ma c’è spazio anche per il Dio cristiano che questi valori annuncia e propugna.

E’ noto che Dio è morto fu censurata dalla Rai ma trasmessa dalla radio Vaticana edebbe subito un’eco straordinaria anche nel mondo cattolico.

La resurrezione come palingenesi. Ma il vecchio mondo era coriaceo e il nuovo stentava a nascere. All’onda lunga del ’68 sarebbe seguito quello che fu denominato “il riflusso”. In Eskimo del 1978 Guccini ormai quasi quarantenne canta: “Perché a vent’anni tutto ancora intero/ perché a vent’anni è tutto chi lo sa”.    

E un momento di malinconia in Canzone per Piero (un brano inserito nella prova dell’esame di Stato del 2004 sul tema dell’amicizia) con quelle frasi divenute iconiche come “Ma d’ illusioni non ne abbiamo avute/, o forse si, ma nemmeno ricordo/tutte parole che si son perdute/ con la realtà incontrata ogni giorno.

Un momento compensato dall’esortazione a vivere nel presente come Un altro giorno andato, scritta nel 1968, senza voltarsi indietro perché “il tempo passa e fermalo se puoi”. 

Note nostalgiche emergono in brani come Incontro del 1972 e in Radici. Un album, questo, caratterizzato dalla mitica Locomotiva con cui ha chiuso tutti i suoi concerti.

Già! La locomotiva. Un Guccini barricadiero sull’onda del ‘68?  Assolutamente no. Come ha scritto e come spiegò anche a me, è un racconto di fantasia (ma tratto da una storia vera) che ci  riporta all’atmosfera lato sensu romantica, utopica, dell’anarchismo di fine ‘800. Ma con nessuna implicazione politica o ideologica. Bensì una grande forza narrativa.

Nella mia prima intervista, nel 1983 (o 1982?) arrivai nella mitica Via Paolo Fabbri 43 con una certa trepidazione perché la mente mi si affollava di domande ma non sapevo quanto tempo avrebbe avuto per me il celebre cantautore.  Invece, mi dedicò l’intero pomeriggio con una conversazione che spaziò dal suo recente viaggio in Argentina fino a Borges e a Switt, l’autore di Gulliver. Naturalmente parlammo del suo ultimo album “Metropolis” e, in particolare, di Bisanzio un brano che è stato definito onirico in quanto è un viaggio nello spazio, nel tempo e nelle ragioni profonde dei cambi d’epoca.  Conoscevo il contesto storico di cui parla la canzone, ma Guccini mi spiegò alcune metafore e immagini evocative come l’allusione alla precessione degli equinozi esortando però a non cercare troppi significati riposti, come, d’altronde mi hanno detto anche altri cantautori. 

Tornando a Bisanzio, si tratta di un brano non certo facile. Basta pensare a quel “dove si perde la terra dentro al mare fino quasi al niente / e poi ritorna terra  e non è più Occidente”.  O quel criptico “Bisanzio è un sogno che si fa incompleto”.

Poi in un’altra occasione parlammo di Shomer ma mi Llailah (1983). Il titolo è una frase tratta dalla Bibbia (Isaia 21, 11.12) e tradotta con “Sentinella, quanto resta della notte?”  di cui mi dette un’interpretazione non politica ma esistenziale.

Tra l’altro, l’allusione alla notte ancora lunga ma che prelude all’alba è un invito alla speranza e fa giustizia di un preteso pessimismo gucciniano. E questo appello alla speranza lo dimostrano lo sferzante Cyrano, brano clou del memorabile concerto di Firenze del 1997, l’idealismo di Don Chisciotte (2000) ma anche le emozioni, i sogni che possiamo trovare nel quotidiano. Come il lirismo di Farewell (la città addormentata non era mai stata così tanto bella.  [….]   ci sembrava d’ avere trovato la chiave segreta del mondo) e la delicata

Autogrill che racconta di un incontro casuale in un Autogrill -tipico non-luogo – tra il narratore e un giovane barista.

Un sogno ad occhi aperti, forse una storia che sarebbe potuta nascere. Ma poi arrivano altri clienti e l’incanto si spezza. Per motivi di sintesi ho purtroppo banalizzato ma è un “affresco” avvincente, di rara eleganza.

Uno dei più grandi cantautori di ogni epoca, del brillante scrittore e dell’intellettuale raffinato anche quello della sua proverbiale semplicità, modestia che caratterizza tutti i grandi. 

E non dimentichiamo i suoi molti libri che vanno dai ricordi di “un mondo perduto” ai gialli (scritti con Loriano Machiavelli) alle ricerche sul dialetto, come il suo primo lavoro letterario Cronache Epafaniche del 1989. 

Racconti coinvolgenti. Cito per tutti Tre cene (l’ultima invero è un pranzo) del 2021. La montagna, con i suoi ritmi pacati, l’immediatezza dei rapporti umani che caratterizza i piccoli borghi, la ricchezza di prodotti tipici, di piatti che si richiamano a ricette del passato,

Come posso terminare questa (incompleta) rievocazione? Caro Francesco, senza di te ci sentiamo più tristi, più soli. Ma allora userò alcuni tuoi versi di Canzone per un’amica

Voglio però ricordarti com’eri/ Pensare che ancora vivi
Voglio pensare che ancora mi ascolti/ Che come allora sorridi

                                                                                                Gabriele Parenti