Pronto, sono Papa Francesco. Quattro parole così semplici, così penetranti. Segno di sobrietà, di umiltà. Il Papa non più sul trono, con la tiara simbolo della sovranità ma come uno di famiglia. Senza perdere il carisma.
Solo quando ci hai lasciati, abbiamo conosciuto molti episodi che erano stati tenuti lontani dall’esposizione mediatica.
Qualcuno scriveva al Papa per segnalare che delle persone erano state colpite da un lutto in famiglia o da una grave malattia. Francesco prendeva il telefono e chiamava subito e non una sola volta ma spesso divenivano conversazioni periodiche.
A volte non c’era neanche una richiesta. Era lui che prendeva l’iniziativa. Leggendo sul giornale di una donna gravemente ammalata, rintracciò il numero. Pronto, sono Papa Francesco. E quando gli dissero che era in ospedale, le chiese i riferimenti la chiamò lì’ confortandola e dando la sua benedizione. Non lasciò un messaggio, si comportò come uno di famiglia.
Anche durante la sua malattia non mancava la telefonata quotidiana al parroco di Gaza. Altre volte telefonava per fare gli auguri di buon compleanno, i suoi interlocutori non potevano credere che chiamasse così, direttamente, senza filtri e come primo impulso rispondevano “ma è uno scherzo?” Lui bonariamente li rassicurava.
Che lezione per il mondo dei “sono troppo importante, ho ben altro a cui pensare” !! (e che se va bene fanno telefonare dal segretario del segretario).
Questo di Francesco è il paterno, concreto interesse per gli ultimi, che la cultura dello scarto ha reso invisibili. E’ un esempio per una società più sobria al posto di quella dell’apparire dell’ostentare, alla gara del lusso e dello spreco.
Di Papa Francesco conosciamo le encicliche, i discorsi, gli appelli per la pace, per l’accoglienza, per la lotta alla povertà. Questi al confronto sono piccoli episodi. Eppure sono espressioni particolarmente rilevanti della sua personalità.
E’ la teologia delle piccole cose, che rivela tutta la sua grandezza. Ho letto di recente la bellissima Esortazione Apostolica “C’est la confiance” che ha scritto per il 150° anniversario della nascita di Santa Teresa del Bambin Gesù. Papa Francesco afferma “Teresina vive la carità nella piccolezza, nelle cose più semplici dell’esistenza di ogni giorno, e lo fa in compagnia della Vergine Maria, imparando da lei che “amare è dare tutto e donar se stessi”.
“Infatti -si legge nell’Esortazione Apostolica – mentre i predicatori del suo tempo parlavano spesso della grandezza di Maria in maniera trionfalistica, come lontana da noi, Teresina mostra, a partire dal Vangelo, che Maria è la più grande del Regno dei Cieli perché è la più piccola (cfr Mt 18,4), la più vicina a Gesù nella sua umiliazione. Lei vede che, se i racconti apocrifi sono pieni di episodi appariscenti e meravigliosi, i Vangeli ci mostrano una vita umile e povera, trascorsa nella semplicità della fede”.
Anche Mons. Guy Gaucher eminente biografo di Santa Teresa di Lisieux ha scritto che la sua santità non riposa su fenomeni straordinari. Consiste nel “fare cose molto ordinarie in modo straordinario!”.
In effetti, Papa Francesco ha sottolineato che la Santa ci ha offerto anche racconti che testimoniano momenti di grazia vissuti nel quotidiano come la sua repentina ispirazione mentre accompagnava una suora malata con un temperamento difficile. “Ma sempre si tratta di esperienze di una carità più intensa vissuta nelle situazioni più ordinarie”.
E riporta questo episodio della vita della Santa: “Una sera d’inverno compivo come al solito il mio piccolo servizio, faceva freddo, era buio… A un tratto udii in lontananza il suono armonioso di uno strumento musicale: allora mi immaginai un salone ben illuminato tutto splendente di ori, ragazze elegantemente vestite che si facevano a vicenda complimenti e convenevoli mondani; poi il mio sguardo cadde sulla povera malata che sostenevo; invece di una melodia udivo ogni tanto i suoi gemiti lamentosi, invece degli ori, vedevo i mattoni del nostro chiostro austero, rischiarato a malapena da una debole luce. Non posso esprimere ciò che accadde nella mia anima, quello che so è che il Signore la illuminò con i raggi della verità che superano altamente lo splendore tenebroso delle feste della terra, che non potevo credere alla mia felicità… Ah, per godere mille anni di feste mondane, non avrei dato i dieci minuti impiegati a compiere il mio umile ufficio di carità”.
L’Esortazione Apostolica, citando questo episodio ci fa capire che Teresa non provava gratificazione per un sacrificio che la portava sulla via della santità. Ma perché aiutare il prossimo, i più deboli era fonte di un’intrinseca felicità, la gioia dell’amore.
Infatti Papa Francesco ha sottolineato “C’est la confiance. È la fiducia che ci conduce all’Amore e così ci libera dal timore, è la fiducia che ci aiuta a togliere lo sguardo da noi stessi, è la fiducia che permette di porre nelle mani di Dio ciò che soltanto Lui può fare. Questo ci lascia un immenso torrente d’amore e di energie disponibili per cercare il bene dei fratelli!”.
E’ l’amore che salva. Questa società individualista, conflittuale, avida di successo ha bisogno d’amore. Ce lo hanno insegnato con la loro vita Santa Teresa una giovane donna morta a 24 anni che ha diffuso una grande luce sul mondo. E Papa Francesco che ha portato calore umano, compassione paterna indicandoci con il suo stile di vita che anche noi possiamo essere partecipi del Regno dei Cieli. Anche qui, anche in questa società.
Gabriele Parenti