150 anni dalla nascita. 60 dalla morte. Un anniversario da ricordare perché Albert Schweitzer (medico, teologo, celebre musicista e soprattutto protagonista di uno straordinario impegno umanitario) è stato una delle più grandi figure del XX secolo.

Nacque nel 1875 in Alsazia, regione, che quattro anni prima era stata  incorporata dalla Germania. Figlio di un pastore luterano (in una Chiesa aperta a due culti, protestanti e cattolici)  scrisse che già da bambino “mi sembrava bello che nel nostro paese cattolici e protestanti celebrassero le loro feste nello stesso tempio”.

Dall’età di nove anni suonava l’organo di Chiesa.  Ben presto mostrò una passione per la musica d Bach e un particolare talento come attestarono celebri maestri. Laureatosi nel 1899, in filosofia e teologia, appena tre anni dopo ebbe la cattedra di teologia all’Università di Strasburgo,

Ma nel 1904 conobbe la drammatica situazione del Gabon e ne restò profondamente colpito. S’iscrisse a Medicina e nel 1913 si laureò con una specializzazione in malattie tropicali.    

Quindi, sebbene fosse una personalità di spicco in Europa sia come filosofo che come musicista  lasciò tutto e si recò in Africa a  Lambaréné per curare gli ammalati di lebbra e anche di molte altre  gravissime malattie come febbre gialla e vaiolo.

Scrisse nelle sue memorie che non poteva tollerare di vivere una vita fortunata, “mentre vedevo intorno a me così tanti uomini afflitti da ansie e dolori” ..e ritenne necessario  “dare qualcosa in cambio”.

E dette tutto sé stesso, curando la gente che non aveva né medici né ospedali. Tornava in Europa per tenere concerti che gli consentirono di raccogliere fondi per costruire un ospedale.   Lo accompagnò in Africa sua moglie  Hélène Bresslau, che, diplomatasi infermiera,  condivise i suoi ideali e la sua opera.

  A Lambaréné  i due coniugi, allestito un rudimentale ospedale che aveva però un’efficiente sala operatoria, dovettero anche affrontare le piogge tropicali, i serpenti, i coccodrilli e  superare la diffidenza della popolazione locale.

Ma ben presto i suoi interventi chirurgici, le visite e la somministrazione di medicinali che ottenevano rilevanti risultati fecero affluire gente anche da centinaia di chilometri di distanza.

Durante la prima guerra mondiale, poiché i due coniugi erano di nazionalità tedesca e il Gabon era una colonia francese, furono internati in una campo di lavoro in Francia. Una volta liberati, dato che Hélène si era ammalata, tornarono a Strasburgo ma Albert continuò a fare la spola con Lambaréné dove il suo esempio aveva fatto affluire dall’Europa vari altri medici volontari.

Intanto varie Università gli conferirono una laurea ad honorem e ovunque lo invitavano a tenere conferenze o concerti che gli permisero di inviare nuovi fondi in Africa dove tornò definitivamente nel 1924   e dove poi fu nuovamente raggiunto dalla moglie.

Qui si adoperò per la costruzione di un moderno ospedale inaugurato nel gennaio 1927. E il suo esempio fece giungere in Africa numerosi medici e missioni umanitarie.

La sua fama era ormai planetaria ma non provocò la benché minima ostentazione, anzi cercava di evitare tutto ciò che poteva attirare l’attenzione su di lui. Chi lo conobbe lo descriveva come persona umile e timida. Ma aveva una forte fibra fisica e soprattutto morale.

Nel 1952 gli fu conferito il  Premio Nobel per la pace (sono note anche le sue prese di posizione contro le armi atomiche).  Con l’ammontare edificò il Villaggio dei lebbrosi che chiamò Village de la lumière (villaggio della luce).

Nel 1950 il drammaturgo Gilbert Cesbron  scrisse l’opera teatrale E’ mezzanotte dottor  Schweitzer  che, rappresentata a Parigi nel 1951, ebbe subito grande successo e  nel 1952 ne fu tratto un film.  E’ un caso assai raro che un dramma teatrale o un film avessero per protagonista un personaggio vivente e rappresentato con il suo nome.

“All’infermiera Marie che chiede  se esiste la felicità, il medico risponde che no, non esiste   Ma se lei è degna di questa felicità, capisce allora che non ne ha diritto: che deve assumere una parte del fardello del dolore umano […]. Allora, si abbandona la felicità e si sceglie la gioia”.

                                                                                                Gabriele Parenti