La nuova legge sui femminicidi comincia a produrre risultati. Infatti i dati del Ministero dell’Interno segnalano che nel 2025 essi sono diminuiti del 18% rispetto al 2024.
Ma non basta. Perché se invece che in percentuale guardiamo i dati in assoluto essi sono davvero drammatici. 97 donne assassinate nel corso di un anno per mano di un soggetto riconducibile all’ambito familiare-affettivo.
Noi, nel nostro impegno per contrastare questo tragico fenomeno, non ci fermeremo se non quando i dati saranno arrivati a zero.
Perché deve cessare la mentalità per cui la donna è considerata un “possesso” da parte del proprio partner.
Una mentalità che viene da molto lontano. Fin dagli albori della civiltà, l’uomo assoggettava la donna e la privava dei diritti, a cominciare da quello di avere una vita sociale o potere decisorio nella stessa vita familiare. Tutto questo era evidenziato dal cambio del cognome, giacché fino alla riforma del codice civile del 1975, la legge stabiliva che la moglie prendeva il cognome del marito. Che era ufficialmente il capo famiglia.
Ma il profilo del prevaricatore più temibile è quando si cela sotto le sembianze del principe azzurro. Temibile perché la violenza inizia spesso in modo subdolo, come sopraffazione psicologica, denigrazione che si trasforma in minacce e in violenza fisica con un’escalation che talora continua fino alle estreme conseguenze.
A ciò si aggiunge un altro fattore negativo: il fatto che le vittime dei soprusi, spesso restie alle denunce di stalking o di violenze, per timore di subire addirittura l’umiliazione sociale.
In Favole da incubo, (la criminologa Roberta Bruzzone e l’esperta di comunicazione e blogger Emanuela Valente), descrivono famosi casi di cronaca nera con un’incisiva analisi degli stereotipi di genere che hanno provocato queste tragedie.
Tragedie che dobbiamo impegnarci tutti a far cessare: con le leggi, con interventi formativi a cominciare dalle scuole, con una massiccia campagna di comunicazione, con una forte pressione dell’opinione pubblica che consideri ogni episodio di violenza come un’infamia, come realmente è…
Ma accanto a questo, occorre procedere verso la completa attuazione della parità di genere. Nell’accesso al lavoro, nelle carriere, nelle retribuzioni.
E mi torna in mente una canzone cult di Ivano Fossati interpretata da Loredana Bertè nella quale una donna afferma di non essere “una con tutte stelle nella vita ma [ .. ] ma una per cui la guerra non è mai finita”.
Gabriele Parenti