Il basco di Che Guevara, il “bicorno” di Napoleone, la corazza d’argento di Alessandro Magno…. I pantaloni di Giovanna d’Arco ma anche le pantalon rouge dell’esercito francese (fino al 1914).
L’abbigliamento come linguaggio non verbale si è spesso intersecato con la storia. Questi sono solo alcuni esempi tra i più noti e, per certi versi curiosi.
Il basco nasce appunto nei Paesi Baschi come copricapo dei pastori e dei contadini. Poi fu adottato come simbolo rivoluzionario nel XIX secolo. All’inizio del ‘900 divenne l’icona di artisti e intellettuali ma era anche il copricapo degli operai, contraltare del cappello a falde larghe o la bombetta dei borghesi.
Contemporaneamente veniva adottato anche da corpi scelti di vari eserciti ed è divenuto tipico dell’immagine del militare.
Da qui l’immagine di Che Guevara che indossa un basco nero con una stella nella celebre foto di Alberto Korda. Un’immagine di forza e di spirito combattivo, e un atteggiamento al tempo stesso pensieroso e concentrato.
Passiamo al bicorno, le petit chapeau di Napoleone, che nella sua semplicità contrastava nettamente con i copricapi appariscenti, addirittura fastosi dei suoi generali. Bonaparte dimostrava, in questo modo, che la sua leadership non aveva bisogno di simboli esteriori.
Viceversa, Alessandro Magno indossava una splendida lorica d’argento… lo faceva perché i soldati, durante la battaglia, vedessero che il loro re combatteva nelle prime file.
Giovanna d’Arco indossava i pantaloni quando guidò alla vittoria l’esercito francese, perché questo dava un atteggiamento guerriero a una ragazzina di 17 anni.
E questo fu anche uno dei capi d’accusa del suo orribile processo in quanto gli inquisitori le contestarono che vestire abiti maschili contravveniva ai dettami della Bibbia con specifico riferimento al Deuteronomio 22 (“Una donna non si vestirà con abiti da uomo”).
Ed eccoci ai “pantaloni rossi” dei soldati francesi, che per il loro colore acceso, erano considerati simbolo di forza, di virilità, al pari delle giacche rosse dei britannici. Ma con il perfezionamento delle armi da fuoco, proprio quel colore sgargiante diveniva un facile bersaglio di truppe che avanzavano nelle foreste o nei campi.
Allora, nel 1913, il Ministro della Guerra Messimy, propose di adottare colori più neutri come il nostro grigioverde o tenui tonalità di azzurro. Ma il Parlamento respinse la proposta. La stampa si era scagliata contro un colore “fangoso e inglorioso” e l’ex Ministro della Guerra, Etienne, pronunciò la frase destinata a divenire celebre: “Le pantalon rouge, c’est la France “. Poi però, all’inizio della prima guerra mondiale, le rilevanti perdite, imposero di ritornare sulla decisione e di adottare il blu orizzonte.
Contribuì a questo anche una necessità pratica, a causa del conflitto, non arrivava più dalla Germania l’alzarina, una tintura che serviva a colorare di rosso le stoffe.
Origini pratiche, ebbe anche la camicia rossa dei garibaldini. Infatti, quando Garibaldi combatteva in Uruguay, voleva dotare i suoi volontari di una divisa, e per scarsezza di fondi, acquistarono una partita invenduta di stoffa rossa. Che divenne, poi, iconica: nella difesa della Repubblica Romana, nella spedizione dei Mille, e nei successivi eventi. Il rosso divenne simbolo di audacia, di passione patriottica e di spirito rivoluzionario. (v. https://www.museodellarepubblicaromana.it/fr/node/1012046)
Gabriele Parenti
E adesso, dopo queste notazioni empiriche, a livello di curiosità, presento un saggio di notevole spessore: Il linguaggio della moda di Eleonora Chiais (Carocci Editore 2026),
“La collana di perle della signora elegante, le sneaker, che divengono elemento di un abbigliamento ricercato, i pantaloni oversize del rapper in erba o il tubino della diva” -scrive Eleonora Chiais– “mostrano che l’abbigliamento è sempre un veicolo di identità”. E aggiunge che se questo è lapalissiano, e invece è meno immediato capire quali sono le modalità attraverso le quali tale comunicazione si sviluppa. E bisogna capire quanto la nostra interpretazione sia suggestionata dalle norme sociali legate alla dimensione del costume.
Questo libro abbatte dunque lo stigma della frivolezza, che è storicamente appannaggio per mostrare le sfaccettature tipiche del fenomeno moda, del suo linguaggio metaforico.
Quindi, lo stesso look, può trasmettere informazioni diametralmente opposte, l’autrice ci invita a pensare a un tailleur pantaloni di taglio classico in spiaggia o in un supermercato che assumono valenze differenti. Perché, come ha scritto Serge Reinach, “Moda e abbigliamento, veicolano significati culturali sottili e obliqui che il linguaggio con una natura esplicita, non potrebbe veicolare”.
Con Eleonora Chiais, che insegna Moda e Costume, e Fashion and Creativity, abbiamo parlato di quello che la moda comunica e parla del vestire come linguaggio sociale.
- Anzitutto, cosa si intende per polifonia del vestire
Mi piace pensare che ogni outfit sia una sorta di conversazione a più voci. Quando ci vestiamo, infatti, non siamo mai gli unici a parlare: attraverso i nostri abiti prendono la parola la cultura alla quale apparteniamo, le convenzioni sociali, la storia degli oggetti che scegliamo, le tendenze del momento e, naturalmente, la nostra volontà di presentarci agli altri in un certo modo. È questo che intendo per polifonia del vestire: l’abbigliamento non svolge mai una funzione soltanto, ma ne mette in gioco diverse, contemporaneamente. Un abito può proteggerci dal freddo, rispondere a un’esigenza estetica, segnalare un’appartenenza sociale e contribuire alla costruzione della nostra identità. Queste funzioni non sono necessariamente armoniche: possono rafforzarsi, sovrapporsi oppure entrare in conflitto. Pensiamo a un paio di jeans strappati: dal punto di vista pratico sono forse meno efficienti di un paio di pantaloni integri, ma sul piano estetico e simbolico, possono risultare decisamente più efficaci. Insomma, un abito può funzionare benissimo proprio quando, apparentemente, non funziona affatto!
Nel libro mi soffermo, per esempio, sul caso di Frida Kahlo. Il suo abbigliamento non era soltanto una scelta estetica: attraverso gli abiti tradizionali messicani comunicava un’appartenenza culturale, costruiva un’immagine pubblica riconoscibile e, contemporaneamente, interveniva sul rapporto con un corpo segnato dalla sofferenza. Lo stesso vestito poteva quindi essere ornamento, strumento identitario, dispositivo di rappresentazione e, in qualche misura, protesi.
Ma la polifonia riguarda anche il rapporto tra chi indossa e chi osserva. Il significato di un abito non è mai stabilito una volta per tutte da chi lo sceglie: viene continuamente negoziato con lo sguardo degli altri, con le convenzioni culturali e con il contesto nel quale appare. Quello che per qualcuno è eleganza, per un altro può essere conformismo; quello che nasce come provocazione può diventare, qualche stagione dopo, la più rassicurante delle tendenze (mai viste le t-shirt dei Nirvana in vendita a pochi euro nelle catene di fast fashion più commerciali?). Ecco perché parlare di linguaggio della moda non significa immaginare un vocabolario nel quale a ogni indumento corrisponda un unico e preciso significato. Significa piuttosto riconoscere che ogni volta che ci vestiamo produciamo un testo aperto a molte interpretazioni. Noi scegliamo le parole, per così dire, ma non possiamo controllare completamente quello che gli altri capiranno (e talvolta non conosciamo nemmeno tutte le sfumature interpretative di quelle stesse parole). Forse è proprio questo a rendere il linguaggio della moda così affascinante: anche quando crediamo di aver costruito un monologo perfetto, ci ritroviamo inevitabilmente dentro una conversazione. Che altro non è se non, appunto, la polifonia del vestire.
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- La moda adattiva: oltre agli occhiali, altri dispositivi medici da stigma divengono stile?
Certamente, e questo è uno degli aspetti che trovo più interessanti della moda contemporanea. Gli occhiali rappresentano un caso quasi perfetto: nascono per correggere un deficit visivo e finiscono per diventare accessori di moda talmente desiderabili che qualcuno li indossa persino senza averne bisogno. Da strumenti per vedere meglio sono diventati anche strumenti per essere visti!
Ma il fenomeno riguarda ormai molti altri dispositivi: apparecchi acustici, protesi, tutori, sensori per il monitoraggio della glicemia e perfino cerotti (uno tra tutti l’ormai mitico pimple patch come quelli di Rhode disegnati da Justin Bieber). Oggetti che tradizionalmente venivano nascosti, perché associati a una condizione di fragilità o a una presunta mancanza, possono oggi essere personalizzati, decorati, esibiti e integrati consapevolmente nella costruzione della propria immagine.
La questione, però, non è semplicemente rendere più belli gli strumenti medici. È molto più profonda e, direi, decisamente semiotica: si tratta di modificare il significato sociale che attribuiamo loro. Una protesi, per esempio, può cercare di imitare un arto naturale oppure scegliere deliberatamente di mostrarsi, attraverso materiali, colori e forme che ne valorizzano la presenza.
Nel libro insisto proprio su questo passaggio: dalla necessità di nascondere un dispositivo alla possibilità di scegliere come mostrarlo. È un cambiamento che riguarda l’autonomia, l’identità e il diritto di rappresentarsi. In altre parole, la moda adattiva non ci insegna soltanto che gli abiti devono adattarsi ai corpi, ma anche che i nostri codici estetici devono imparare ad accogliere la molteplicità dei corpi. E questa, più che una questione di stile, è – a mio parere – una vera e propria rivoluzione culturale.